Ci fosse il fiato di gioia la voce con occhi di sole cieco beato.
Carezzo un porto grande silenzio e riadagio e dimentico aquilone
che accompagna gli estranei alla immobilità caduca come pietre.
Contatti sonori terra e cielo al noi che sta in vita che anima passa
che di nuovo si acuta a ritornare curiosa d'arretrare il fuscello
come l’uomo di consuetudini passa e scema aspro il ricordo più sorte.
Anzi la pelle di sole chè colorirsi gioca il buio dietro l'uscio inchiodato
laggiù che si scioglie che s'affloscia a ognuno sul canto d'ancoraggio
che abbaglia mare e deserto al gancio del polso che ingannato s'accorda.
Non altro appenderei nel lampo pallido che ride che orla chi parte.
Fiammiferi non altro.
Fianchi di corde in disparte aspettano a gara le mani ad arenarsi
di chi trema un sol punto e decide di timore della gioia comunione.
Vena la traccia alla fonte labbra velando candore una luna autodidatta.
Fazzoletti umili di un istante enigmi d'infinito allo spero afferra e lascia
palmo a palmo a chiudere amici e bari in paradiso sfogo gesto da giocare.
Svelarsi d’ingresso il buio dell’attesa fuga e stasi e fuoco fine chiosa.
Là corolla l’adolescenza l’andare in una caraffa l’ombra a scoprirsi sgorgare.
Fruscio di sole onde spira d’arancio la sobrietà e l'ubriachezza a sedurre.
La parentesi agli accenti spilla una spina a custodire la stessa bocca tende.
Incollarmi.
Di cristallo l’ombra per essere visti d’innocenza che segue riporta.
Alle spalle per ogni che abbraccia occhi d’inferriate un’assenza d’aperto.
D’accento semafori un passo sorprese scintille si toccano sopendo.
Commiato come foce sonnambulo d’obbedire come pagare a saldo dove l’azzurro in onda rompe carezze a spiegare di rimbalzo mura allo strappo.
Di poi sfumature l’imbarazzo come incenso e nodo malchiuso buio si sfila.
Ciascuno guadagna cos’è.
All’orizzonte la vita senza cielo congelata sull’asfalto arso
e quel corridoio a pagine lunari d’aria in pugno dei filari arsi
nere silhouette immobili sentinelle sull’attenti d’una soglia.
Alla gola c’è questa notte dama sorso d’addio al laccio noia.
La lanterna innamorata delle sue falene tende il filo al ragno.
Non c’è sole la grande rosa per gli affanni a chi oltrepassa il giro.
Un balzo ogni maltempo mantello oblio e viva preda si salpa.
Quasi.
Nel sospiro all’offro rimbomba d'ali un cigolio da eguali istanti.
Incandescente sulla veranda il varco di rughe al fato grida
e giù una piuma a salir uno spillo di memorie sul giro di vapore
fuga di ruota spuma nell’ora di trombe del destino figlie m’ode.
Lo specchio dell'alba gioca il raggio vola segnati occhi in livrea
e nella bonaccia la notte è il se in elegante pegno che speranza dice.
Di cedere ai passi non so e i passi sono lunghi strascichi alle gole.
Di là è il sole in piedi e l’infine che cade così raro officio si compie.
Nitore.
La vacanza in uno sguardo s’allunga d’un’udita scia.
Buongiorno di spigoli pagine a toccare tacita clessidra
che in bilico ignaro per misteri incornicia chè rovescia.
Lei fanciullezza quel dado tormentato smemorati passi
spade stagioni di mezzelune ad ardere nel viaggiatore alito.
C’è arrivo di farfalla di primo acchito alle labbra in ombra
e spente nella bonaccia una colomba di compagnia e sosta.
D’astri ricordi denuda a volerla calante il passo d’affondare
in crepe dell’aria dove lo scuro cade in dote sponda alla rena.
Il passaporto di pietà come aspettano bestemmia o preghiera
carte a calare sorteggio d’orizzonte che decide l’orme al santo.
Disarmo.
Al vento come i flutti d’attesa di recitazione un dunque di colori
e sul giro una piuma del destino in pegno le braccia che riveste.
L'assalto la conta delle sue frecce rose di fingere lo schiudersi
e da spedire d’affondo in fili d’oro disegnando d’arco la collana cede
sorpresa tormentata sulla sabbia delle nubi alla tua pelle in fuoco.
Poi l’ubriaco gelo s’imbeve l’indovina ai trapianti di ventura serra.
Un sigillo sguardo alla grata la sola sognante estate lo morde.
L’estraneo in mano c’infonde.
Nel palmo di ceramica nuovo e compatto finché la melodia si sente fugge
quella distesa dagli occhi grigi nave dal porto di vertigine ai suoi silenzi.
Le spade del pirata ad ogni orizzonte appello alle vele vesti a cadere
il crepuscolo aria di smalto ch’addensa rauco dei gabbiani il canto s’addice.
Cadente ambiguo il faro frana si posa gira e appena vivo rapito muore.
Ronzio di ruggine la verità in croce l’acqua fra le mani in altalena dune
e di pudore ogni preghiera da eco a eco in disparte madre e compagna trema.
S’apre alle spalle gorgo m’avvicina e annega per timore.
lo specchio dorato alle fiamme di raso indica e ode spia
alla fresca finestra enorme pietra dipinta di bere i se fregi.
passi in punte per ricadere nel vento seduta conosce
i suoi occhi scacchi per la strada dei soldi che cancella
il decidere e scegliere uomo o bambino forse amici la strada.
oscurità quella candida velo di luna dalla marea del dubbio
e la pioggia alla grigia pozzanghera che ride sapienza sale.
Vapora vien meno il fruscio per punti distorce bellezze
d’una frase al galoppo strozzata disfatta il tacere mie labbra.
Come dura di saziarmi si contenta e bevo per caso.
Muretti dove la tristezza pesca il mare in una conchiglia
delle sue unghie ai graffi d’orizzonte ch’ha i piedi in battima
ogni gomma d’onda senza vento di cadere tranquilla piena.
È quasi in ogni finché dello scambio la pace nella ragnatela
quasi che un petalo sia la sola vela ad uscirne fuori vita attimo.
Livella un punto al pallido che d’essere fermo di cadere va disperso.
Si direbbe risorto per tanti anni questa pietra di fuoco come leva.
Una sete del viaggio al pozzo l’addenta palpito della meta ch’era.
Alterna.