Carezze di ciottoli in prima lievi immoti dopo il capriolare all’onda ultima
che mai si possono spezzare in passi quanti l’ignudo luce conta l’ansia
a quell’ombra all’abbaglio in bilico e indurita di labbra d’ascolto.
L’invisibile s’apparta ai tanti segni che confondono osano parlare
a filo muro il nessuno dei possibili il poco che è suo al di là del mare.
Poi la prova riprende il buio dilata tra ciò che può essere letto come ago
e poi s’aggrappa quiete il naufrago matto da legare l'immutabilità all’orizzonte.
Oltre di misura la targa del sole cucita come visiera d’un bugiardo zoppo
vorrà laggiù dove si sente che si scaglia dipinto in una gobba il mare.
Solo lambito nato e dunque vivo ad abituarsi.
I peccati della bellezza nell’inchiostro di questa nube e al circolo buffone gorga
quel cavallo alato sensibile figliolo di brughiera il fiume verde che si spende.
L’impossibile alle calcagna nel divinare gli alberi impertinenti di ogni strada bagaglio
fino alle ginocchia che reggono il cielo per ogni ebbro ramo gradino giocoliere scaltro.
Vizioso orgoglio quel torrente di palta arte che risale la sorgente libera sebbene
e vergine selvaggia sedentaria la perduta fantasia sin dove sciolta svanisce amara.
Dell’inseguirsi gli occhi passano l’ala del pavone che di stonati semi si pasce
e più oltre in sole un fiore di faville dissennato inestricabile becco pollice indice il grido.
Ben alto cigno che sale.
Pomeriggio da concerto dei brani torno già eseguiti senza replica andati
per fare sabato ad ascoltar domenica la falsa nota che comprendi rotolare.
Padrone il richiamo qui seduto al pianoforte e sulla schiena nuda vacuo sonno
che non lo esclude lungo la strada bianca dei tasti alle nuvole nere preme.
Di resa il beneficio dubbio che della prigione come gozzo il remo allontana
e il gorgo cerchio è prudenza corre ogni direzione chiave al ventre della danza.
Le ore tra le dita sono rime rovesciate l’estate in pigiama per poi artigli sbarcare.
Un lunedì di maniche arrotolate piccoli glifi incisi su un vassoio fumo che sale.
Abbreviazioni marciapiedi sonagli delle strade.
Ha un anello alla sua scopa questo spaventapasseri di vetro contagio
ed è mago di magia quello sopito dalle mani tese ad ogni passante concluso
quello che la notte semina dell’ombra la piega d’infinito quella che ferisce
e ruba il gioco al vento di fidanzamento le voci dentro e fuori l’oltre.
Luci intense tra un diario delle paure dei soldati e incontri solitudine unite.
All’occhio letture una piazza sul tavolo cencioso confessa delle mosche
come la pioggia che dia vita alle pozzanghere specchi tremolanti l’opaco.
Stagione che d’affitto il sonno chiede ai mesi la slitta vado dove l’immaginare batte.
E questa carta tramonto da incartare a lunghi passi l’ultimo narciso per acqua
e con doti brevi e infrequenti come la supplica che va alle cadenti stelle verga.
In assenza.
Sul soffitto vorrei scrivere dei miei occhi quel che vuol dire poco in piazza
l’ozio d’osteria un fiato di scirocco e maestrale d’uscio alle chiacchiere.
A tavola stona il tintinnio dei bicchieri vuoti e bevuti senza compagnia
un coro anche stonato ma di quel brano che le dita la tradizione intreccia.
Ansia d’una spinta di chi si sbatte ai dadi perché il baro è un tavolo d’umore.
Anche la semplicità è complessa evita gli specchi che comprendi a bere.
E una gardenia è una gonna di servizio all’asola ciglia di rimmel che s’alza.
Il senso il suo occhio narciso posseduto l’oscurità promesse di piaceri suppongo per un attimo i motivi a orecchi ancora il vento senza palpebre muso lungo.
Indecisioni i vetri appannati calvi il loro viscido gocce all’indirizzo appunto.
S'addice e a vista passa.
Versare gocce fino al loro traboccare ed insistere batte
lasciarle scivolare ché la schiena è lunga è tempo fioco
è l’indifferenza nel segreto la polvere che sovrasta vince.
Dai gorghi il timpano immenso eco a vibrare anelli strade
negli specchi d’acque di confini fino al cielo corrente volto.
E il tuffo attende il colpo di tallone più mobile in ascolto.
Se e forse è uno sguardo l’incenso delle sagrestie spento.
Gli ultimi flutti consegnano la barca al porto una rimessa
e si scende si sale si saluta il passo noto se presente.
Al soffitto un balcone senza gerani nel suo nido acceca.
E sopra ai nostri finché serve il taglio indizio a chi l’ignora
e gemella smarrito in vischio estuario più coraggio di cui puoi.
Il guscio caso.
Si è fondali gonfi in maschera l’assenza agli occhi incolonnati stanchi
quel così sia in amen che recitavi senza capire ma crederlo e chissà.
Sereno anche quel cielo sempre eguale in un pastello spuntato o meglio
sottratto al tuo compagno ch’era banco e probabilmente l’anch’io.
Di ogni tempo và l’ora in una folla in aggiunta ad ogni passo contorno
un cerchio un andirivieni un gomito stretta di mano raccontato titolo.
Sul muro ancora vene e l’ombra d’alba in un secchio vuoto che rimbomba
non è alla mano del vento né del vecchio ma a terra a pesare di sé l’approdo.
Irrequieto delta l’immoto.
Nei fari e nei baffi d’un gatto sta l’abbaglio trappola della notte in sete gole
che la rugiada tatto in ogni foglia in seno slacciata il nascosto attende.
La porta lascia al battente il segno l’ostacolo intitolato dialogo ch’annoda
se una sola mano l’appartenere dona l’ingresso cieco bocciolo strappato.
Sfogliare è talvolta la coda d’asino alle moleste mosche noia e filo che scivola
corre come la mancia tra le dita ad ogni balzo in un piatto sbeccato l’abbandonato grigio.
Le statue sopportano le stagioni i miti anche d’essere anniversari andirivieni le note orfane.
E la parvenza è un fazzoletto ovunque fretta qua e là ch’è petalo la circostanza
le spalle strofinate il fiato al gancio scialle chi fugge lo sbucciare d’ombre.
E nell’elastico gocce.
Il cieco maestrale al labbro e la sponda che dimentica il suo inquilino resto
perchè rugosa è la schiena a testa bassa di marea ch'affoga l'oro rosso.
Ogni altra cosa è il masticare a cucita gola e innocenti spine di rose vanno
là dove lo stelo impugna indifferenti occhi il cercare il negare il re illusione.
Angolo l'indovino non dipinge i muri li segna e tocca ad ascoltare com'è
la sua uscita d'amante e corroso chiodo ora sul suo viso zigomo di vicolo
come viandante discreto o impetuoso acquietando sete come ascoltare.
Dolcezza di vergini nella cesta stanno fragole di bosco labbra socchiuse
assaggiano il passato chè pioggia è corteggiare questo giurare di facce e corpi.
Il viaggio muore all'anno sulla meta di tramontana e grandine fa eco.
Specchio dell'ospite un altro pò.
Brullo paesaggio il provocare scogliere e solchi di bianco gesso guazzo
dove la roccia è un'iniezione di mare e di concerto l'incisione lingua.
Diversità è il grazie di ex voto appesi all'osteria palestra e processo
ritagli di giornale su poveri del falò in quelle stanze a mezz'aria di famiglia.
Azzurro è cresciuto il cielo per mano ha preso il mare da cui spiare
fori e fessure come le persiane i soldati sull'attenti alberi se stessi ombre.
Giocando a carte si segue ogni smorfia senza averla al nostro fianco pizzico
un punto alcuni uomini un processo è un soggiorno di ritratto su ghiaccio.
Il viso in polvere putto angelo erote una scheggia di specchio un coccio trainato
lì tra le briciole testardo per uno e per uno noi di utilizzo ponte quotidiano deviato.
Sponda si sta.
A tratti mi sparisce la linea d'orizzonte che ruota e chiede
se di bonaccia o d'onda di là si spegne e ritorna il sole a patti.
Funi salita e tiro ed una danza di ballerina coi suoi intervalli
in demi pliè piccola donna a restar bambina in una tasca fatica.
Sottotitolo una didascalia che non è spazio ma grossa vampa
di quel vivente diadema al peso di un rimorso ai suoi fondali.
Probabilmente in maschera il doppio sogno che terminare afferra
un filo d'altri per salvarsi in pegno fotografia in vita soglia lo spiro.
In eterno.
Falene di febbraio tra le ragnatele per un lampione e macerie
quattr’occhi con i miei pensieri più afoni d’un fruscio di geco
lento e poi rapido su questo muro non ce ne sarà eguale in un sorriso.
Le ultime foglie del suo corpo pigrano sul parabrezza d’una carcassa d’auto
alle nottate nel cono di luna d’un marciapiedi che cammina le sue orme.
Fumo e polvere un inseguimento gli accompagnamenti di se stessi rughe ed ali.
E una e una di veleno del perpetuo non luogo cicatrice ha i piedi vestiti della notte.
Si attaccassero.
Vecchie domeniche delle giaculatorie e applausi per caso virgola
tra vecchie carte da ritrovo e la recita al nostro cuore un compasso.
S’era formiche come chi porta i fiori alla noia d’un stropicciato compleanno
chiamati e combinati con un dolcino un versetto apposta tanto per fare.
Mesi negli anni aria cintata umida e collosa gli sguardi bassi invano.
Macaia e contorni di salmastro quella senza mare da domanda sole
che attraversa della tenera età la barca cui è scappato l’occhio un varo.
Probabilità è quanto so di questa valigia di cartone nel suo fermaglio.
Ma abbastanza io mi domando.
Di parole e frasi brevi atterra il falco rosa sul palco
ai primi attimi di paura le vie di fuga in trono sul ramo.
È in ginocchio all'angolo dei buoni non in altri dirupi
per raccontare per descrivere tante parole della notte.
La neve e la terra inumidita è stare lì inverno e sale
la scorza sottile in un passo silenzio l'orecchio al remoto.
Quale pane è il punto della festa dopo il natale un'occasione?
Questo siamo tutti d'accordo prede anche come equazioni
di attacco e di caccia semplici ad ogni passo paradossalmente note.
La scelta che ci conosce.
L’onda in questo sasso di vertigini tra le dita e l’orizzonte
verso quell’acqua pallida di un bastimento appeso al porto.
Cullare il cuore è quella sigaretta spenta in labbra salse
di occhi chiusi di conchiglia a leggere la prefazione d’alba.
E sgranchisci la schiena a nuove scale di stelle in carovane.
Sostare e ripigliare tutto quel che nell'ombra è passato trovare.
Il sole su un angarèb è tappa delle mete d’obbligo una sospensione.
Intingerlo a colmare.
Cosa vorrebbe scrivere un coccio di bottiglia ironica e insolita
sull’orlo d’osteria in una tovaglia di cielo da sovrapporre
con rose di cotone e damaschi dorati in un granello di sabbia.
Gentiluomo quel bruco che scala il ramo di primavera intessuto
per diventar farfalla alle porte del Paradiso come un grande santo.
Zig zag a una vetrata che trasparente è barriera sogno inganno.
Oltrepassa invano.
C’è sempre una finestra sul mare e una persiana scossa
a quel vento di maestrale così lontano e vicino solo dal mare.
Chissà cosa ci sia poi in questo cielo in coro di nubi che corrono
che come cuscini alti non ti lasciano riposare ma sudare
quando la notte è giorno e i minuti a gambero calpestano i pensieri.
Tutto è niente tra le tue braccia eppure sono le uniche ad alzarmi.
Domani è già lontano quando sbuca nella periferia di chiare idee.
Troppo.
Segreti in punta con il tempo e vecchie urla a sbirciare le labbra
di rossetti rossi in quel baule con le sue spalle alla parete dove finisce
una rincorsa alle mani tra i capelli quando oramai diventano viola.
Cosa si scrive poi quando ci si attarda è solo un titolo in grassetto
il sottolineato che diventa eco in pagine del quotidiano tra i denti.
Di là di quell’inferriata l’aria ristagna in pozzanghere mute di fiato
con tutti i suoi veleni prigionieri come domeniche di pioggia ai vetri.
Ché il limite si è del facile nel triste ci credo ma non direi davvero in tanti.
Il solito taglio del nastro la recita delle giaculatorie la miracolosa pesca.
Qualcuno senza corona d’oro in rete.
Facile da appendere come un silenzio del mare questo carillon fatato
insonne dalla musica classica al jazz preghiera degli ideali del nulla
oltre il volo degli uccelli quelli migranti che da anni ormai non vedi.
Stanno lì sdraiati sul mio letto a premere il pulsante d’una abatjour
come una pesante scatola valigia di cartone che veste un papillon
tirando la maniglia che le sta al collo come una stanza all'altra il passare.
E un millimetro basta ad uno sguardo non cedendo al buio come luce
chè l'attimo basta e l'accenno a un particolare è il caso per noi reincollati
fino a dove e fino a quando diventi parte figure fregi semplici sorrisi.
L’apnea del senza musica e il volesse ancora.
Le note a pelo d’acqua un viaggio accompagnato e nella brocca il tempo
di quelle fredde sere nell’aureola di sole lento a pungere d’ago solco il giorno.
Si va sulla potatura delle ore senza correre al rappreso germoglio dell’attesa
e le corde che non scorgi son bruciate edere al balcone delle sirene escluse.
A separare la terra si diventa isole madre di due bambini in sé gemelli
sorgente libera mai ma liberata forse abbandonata alla deriva ingresso in riga.
Cambia parere nel suo fermaglio riccio ed è brivido di fondo un profondo
l’anima di viola infantile la mano nella mano d’originalità natura e morte
di groppi al cuore di due canzoni sull’essere infanzia segrete corde un sinolo.
Nello stesso rigo l’orizzonte.
Lo sguardo puro è sul passo di queste foglie d’autunno calci e pugni
prone alla primavera in scacco al suo colore della memoria ai punti.
L’apparenza è regina idea ferita d’essere verità sposa assegnata
che non conta niente ma è serva è una mela in mano ad un pittore
annotazione o segno oppure morte di quel fuoco creatore che per arte passa.
E la realtà è un rifugio contestato un surrogato al confine delle cose a bruciare.
La coda tesa per andare oltre con il sogghigno da gatto in unghia
l’affilata lama tra i denti e al passo in scivolata sopita ad un sorcio borghese.
Inspiegabile com’è dipinto mimica sta all’intervallo quasi già come vittoria.
Poi lo si può descrivere duello alla demagogia che prima e dopo s’abbraccia.
Un compasso di poveri che si possono trovare.